Libri per la didattica speciale gratuiti dalla Zanichelli

Finalmente torniamo ad inserire dei collegamenti riguardanti delle risorse per l’apprendimento degli alunni con disabilità. A questo indirizzo troverete 5 libri scaricabili della Zanichelli per la didattica speciale.

Scarica i libri gratuiti di educazione speciale della zanichelli

Strategie di rilassamento per l’autismo: musicoterapia

In questo video vedremo delle strategie per calmare i ragazzi con autismo attraverso la musicoterapia.

Avremo l’occasione, così, di vedere, in cinque minuti, come avviene in pratica l’utilizzo della musica, insieme ad altre strategie, per riuscire ad interagire in modo efficace con una bambina autistica non verbale.

Ryan Judd è il terapista certificato che applica il metodo nel video e dimostra come sia efficace questo metodo per riuscire ad avere una buona interazione e un buon contatto visivo con la bambina. All’inizio si vede che la bambina è agitata, poi con i giusti modi, con una musica rilassante e con la mediazione del gioco delle bolle di sapone, le cose migliorano decisamente. Vi lascio alla visione del filmato, molto esplicativo, con sottotitoli realizzati da Giovanni Gatto.


Abilità sociali

Vi presentiamo una serie di video sulle abilità sociali tratte da varie conferenze di esperti sull’autismo. Le abilità sociali sono quelle che più sono compromesse nell’autismo.

Katia Tonnini, pedagogista del Centro autismo e disturbi dello sviluppo dell’AUSL di Ravenna presenta la propria esperienza di training con un ragazzo di quella città. Questo video è un estratto della conferenza.

Dott.ssa Ingrid Irene Bonsi nella relazione su “Training alle abilità sociali negli adolescenti con disturbi dello spettro autistico” del 12 maggio 2012 nel corso del convegno “Il progetto di vita inizia a scuola” tenuto a Bologna.

Perché l’ICF-CY

L’ICF è un linguaggio fatto di codici strutturati in 4 componenti (strutture corporee, funzioni corporee, attività e partecipazione, fattori ambientali) che serve a descrivere l’alunno, nei suoi aspetti personali, nelle sue attività e nella sua interazione con l’ambiente. Si tratta quindi di un linguaggio che consente una descrizione completa dell’alunno, che parte dal funzionamento e non dalla disabilità, che considera quest’ultima come l’interazione tra fattori personali ed ambientali e non solo come dipendente dai primi.

L’ICF considera l’individuo nella sua interezza

L’ICF guarda sia al funzionamento che alla disabilità. L’individuo, infatti, non può essere stigmatizzato per ciò che manca, ma deve essere considerato per ciò che è, ciò che funziona, nella sua interezza, quindi, non solo per delle caratteristiche legate a delle patologie o ad altro. I medici sono interessati all’aspetto clinico della disabilità, ma agli insegnanti servono delle indicazioni sulle strategie da adottare per favorire il loro sviluppo non solo dal punto di vista della disabilità, ma da un punto di vista più globale. Devono insegnare quelle abilità che possano servire per la loro autonomia. Abilità cognitive, ma anche abilità sociali. È ovvio affermare che ogni abilità influenza le altre, che l’individuo è il risultato di un complesso insieme di funzioni che interagiscono tra di loro e che sono collegate alla realtà sociale in cui l’individuo è immerso. Il compito dell’insegnante è quello di favorire quei processi di sviluppo che faciliteranno il suo inserimento nella società, secondo le capacità dell’alunno. Per capire quali siano i punti di forza dell’alunno bisogna conoscere le funzionalità dell’alunno. Un linguaggio standard e unificato come quello dell’ICF, utilizzato sia dagli operatori sociosanitari che dagli insegnanti, va in questa direzione, dopo un lungo periodo di tempo in cui ognuno ha usato un linguaggio proprio, molto distante da quello dell’altra parte.

Funzionalità, punti di forza e performance

Funzionamento e disabilità, quindi, sono le caratteristiche dell’individuo. Se una funzione ha il 20% di menomazione, vuol dire che ha l’80% di funzionalità e, probabilmente, con delle strategie, dei supporti, con gli opportuni facilitatori, quella funzionalità potrebbe consentire alla persona di svolgere un’attività che implica quella funzione in modo soddisfacente per la persona stessa. L’interesse, quindi, è verso i punti di forza. Usare questi punti di forza per aumentare le performance della persona nelle attività che sono di suo interesse e nella partecipazione alla vita sociale e lavorativa. Con l’ICF, quindi, si descrive la persona non solo per fini clinici, per descrivere ciò che non va, ma per trovare delle strategie che favoriscano la sua partecipazione. Si punta sui punti di forza per trovare le strategie, gli strumenti, i facilitatori adatti a poter ottenere delle performance migliori e aumentare le competenze dell’alunno.

Uno strumento utile

È uno strumento adatto, quindi, agli insegnanti e adatto alla collaborazione tra insegnanti ed operatori sociosanitari. È adatto a pianificare gli interventi didattici ed educativi degli alunni in vista delle necessità che si presenteranno nella loro vita futura. Utilizzare un linguaggio comune è un grande vantaggio. L’uso di un codice per ogni funzionalità, inoltre, predispone il linguaggio ad essere utilizzato dal computer attraverso dei programmi che facilitano l’elaborazione e la rappresentazione dei dati osservati, la loro condivisione tra operatori che si occupano degli alunni. Il mondo dell’insegnamento deve quindi andare incontro al mondo della scienza, così come il mondo della scienza deve fornire dei supporti, delle strategie per gli insegnanti. L’utilizzo dell’ICF sembra offrire questa opportunità. Sempre di più il mondo scientifico si sta rivolgendo all’analisi dei dati per prendere le proprie decisioni. Il mondo della scuola non può restarne fuori. Occorre però lavorare per creare degli strumenti adatti alla nostra ricerca di soluzioni adatte all’apprendimento dell’alunno.

In un prossimo post esamineremo come utilizzare i codici per rilevare le competenze dell’alunno e per determinare degli obiettivi da raggiungere per aumentarle.

Intelligenza creativa e scuola – Dott.ssa Lucangeli

Come sfruttare la plasticità del cervello, quali interventi possono far raggiungere agli alunni la zona di sviluppo prossimale di Vygotskij? Le figure d’aiuto possono far sviluppare il 38% in più dei dendriti, di organizzazione cerebrale. La scienza ha dimostrato la possibilità di questo miracolo, spiega la dott.ssa Daniela Lucangeli, docente dell’Università di Padova. In tutti gli ambiti dello sviluppo umano si sta verificando un’accelerazione. È stata misurato in un rapporto di 2 a 8. Significa che ogni due anni si avrà uno sviluppo corrispondente ai passati 8 anni. Questo deve far pensare a come fare per insegnare ai bambini nei prossimi anni in vista dello sviluppo cui andremo incontro che rende obsoleti i vecchi metodi.

Le emozioni sono fondamentali per l’apprendimento. Pensiamo ad un interruttore della luce in cui la levetta indirizza il circuito elettrico: Le emozioni sono le levette che spostano la direzione del nostro apprendimento.
Se un apprendimento viene accompagnato da un’emozione positiva o negativa questo viene favorito o sfavorito rispettivamente (come accade quando un alunno ritiene di non poter imparare la matematica: questo pensiero negativo sfavorisce l’apprendimento).

Secondo Eric Fisher, neurofisiologo della Harvard Uniniversity, la noia danneggia il potere creativo del cervello (flusso dell’intelligere). Quando io apprendo, la direzione del flusso è “da fuori a dentro”, quando penso la direzione è “da dentro a fuori”. La direzione “da dentro a dentro” avviene attraverso la mia intelligenza con pensieri divergenti e creativi. In questa fase avviene la trasformazione di ciò che apprendo in qualcosa di personale. Questo ci fa capire che si tratta di un sistema sociale di apprendimento. La noia distrugge questo meccanismo. Una scuola che adotta un modello prestazionale: “io ti insegno, tu apprendi e io verifico”, rende plastico solo il meccanismo da fuori a dentro e blocca il pensiero creativo da dentro a dentro.

Per capire meglio questi concetti parliamo del sorriso. Il bambino quando nasce sembra sorridere, ma quelli che sembrano sorrisi sono in realtà degli spasmi del cervello a livello periferico che trasmettono i primi impulsi che consentono al bambino di rispondere agli input esterni, è solo un meccanismo di riflessologia del sistema periferico. Ad un certo punto il sorriso diventa un sistema comunicativo intelligente che significa “io ti riconosco”. Il primo processo del “da dentro a dentro” è mediato dal sorriso e dallo sguardo. Il bambino, guardando la mamma, cambia il processo da automatico ad intenzionale. Il sorriso e lo sguardo sono i mediatori dell’intelligenza distribuita accompagnata dalle emozioni. I test hanno messo a confronto un gruppo sperimentale e uno di controllo nelle scuole in cui ai docenti veniva insegnato il meccanismo dello sguardo e del sorriso intenzionale (che incoraggia, che accompagna, che mostra l’errore). Gli insegnanti del gruppo di controllo hanno insegnato secondo il metodo tradizionale. Dove gli insegnanti guardano troppo a quello che fanno senza l’uso dello sguardo e del sorriso, senza la condivisione dell’intelligenza distribuita, difficilmente si raggiunge il risultato educativo sperato. Non basta sorridere, ma se non lo si fa il meccanismo della distribuzione dell’intelligenza è particolarmente debole. È stato misurato che un incoraggiamento corregge più di 89 rimproveri. Non si vuole incoraggiare una scuola ‘molle’ – spiega la dott.ssa Lucangeli – ma si vuole incoraggiare una scuola capace di dare il 38% in più di organizzazione cerebrale, se sa come innescare il meccanismo dell’intelligenza creativa, costruttiva distribuita.

Esempio di programmazione a scuola per l’autismo

 

Articolo di Psicologia e Scuola sull’autismo a scuola dell’ottobre 2010. L’articolo presenta un’esperienza di integrazione scolastica di un’alunna con Disturbo dello Spettro Autistico nella scuola secondaria di primo grado, descrivendola a partire dalla programmazione dell’attività didattica.

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Articolo di Psicologia e scuola sull’autismo a scuola

Sintesi

Per creare un ambiente idoneo per un alunno con autismo c’è bisogno di:

  • programmare congiuntamente fra insegnanti curriculari e insegnanti di sostegno, avendo chiari gli obiettivi, anche per periodi di ricreazione ecc.;
  • organizzare i tempi, ambienti, materiali e personale;
  • far riferimento ad approcci strutturati, senza proporre solo modelli di lavoro emarginanti;
  • coinvolgere i compagni.

Viene descritta un’alunna di 14 anni con autismo, Francesca, non verbale, con difficoltà ad interagire con gli altri. Da alcuni mesi segue un programma di comunicazione aumentativa e alternativa grazie al quale ha iniziato a comunicare i propri bisogni. Gradisce la musica. Il rapporto con i compagni è positivo. Viene poi proposta una programmazione per obiettivi di apprendimento.

Priorità educative nello spettro autistico

Filmato tratto dal convegno “Il progetto di vita inizia a scuola”, organizzato a Bologna, il 12 maggio 2012, dai Lions Club di Bolagna e Distretto 108Tb in collaborazione con ANGSA, Associazione Nazionale Soggetti Autistici. L’intervento è della dott.ssa Elena Clò.

 

Sindrome di Asperger

La sindrome di Asperger, secondo il dottor Davide Moscone, psicologo cognitivo-comportamentale, presidente di Spazio Asperger Onlus, è una condizione di sviluppo neurologico atipico, una lieve forma di autismo. Non è una malattia, ma una neurodiversità.

Secondo Tony Attwood, psicologo inglese, le persone con sidrome di Asperger non hanno un cervello sbagliato, ma un cervello collegato in modo differente.

Molte persone Asperger pensano per immagini, per pattern. Hanno difficoltà nel tradurre questo modo di pensare in parole secondo le convenzioni sociali dei neurotipici.

Alcuni di loro, quindi, hanno la capacità di lavorare con le immagini, di riprodurle in modi difficilmente eguagliabili per

chi non ha la sindrome di Asperger. Oltre al campo della grafica, possono eccellere in quello dell’informatica.

Spesso le persone Asperger affermano di ragionare come un computer (Temple Grandin dice che se pensa ad un argomento qualsiasi, le scorrono davanti centinaia di immagini che riguardano quel particolare argomento, così come appaiono le immagini in una ricerca fatta su Google). Questo però non basta a fare di loro dei geni. Dietro ciò che fanno ci deve essere un grande lavoro. Un’altra caratteristica che molti hanno, infatti, è quella di sapersi concentrare su un loro interesse per un lunghissimo periodo di tempo.

Le cose più difficili, invece, riguardano le relazioni sociali. Proprio la loro visione diversa del mondo porta conseguenze su questo piano.

Molte persone, per fortuna, sono riuscite a superare le loro difficoltà e ora mettono a disposizione quello che sanno per aiutare gli altri che sono nella stessa situazione in cui loro erano.

Ne abbiamo visti alcuni anche su questo blog: Temple Grandin, Remrov, Rex Lewis Clack. Chi meglio di loro può spiegare cosa sia l’autismo, perché si comportano in un modo che a noi pare incomprensibile, ma che per loro ha perfettamente senso? Possono, attraverso la loro opera di diffusione della conoscenza, aiutare a superare i muri, la paura della diversità, a comprendere meglio anche noi stessi, come funzioniamo, a trovare i metodi giusti per ragazzi come loro, intervenendo in tempo per far acquisire le capacità di cui avranno bisogno nella vita adulta, con la diagnosi precoce, per permettere loro di prosperare anche nel mondo dominato dai neurotipici.

Caroline Marceau

Anche Caroline Marceau ha avuto una diagnosi di autismo a 23 anni. Ora fa la pianista. È riuscita a incanalare la capacità di concentrarsi su un interesse per imparare a suonare il piano.

Da piccola non le piaceva giocare in gruppo, nonostante i tentativi delle maestre. L’insistenza per spingerla in tal senso ha generato in lei una piccola tendenza oppositiva, all’epoca.

Quello che le insegnanti non sapevano era che le percezioni sensoriali di Caroline erano diverse. L’ipersensibilità a odori, suoni, temperatura, per lei erano fonte di grande disagio e sofferenza. I movimenti e i tessuti erano un’altra fonte di fastidio.

Le urla, le risate, tutto il brusio che una folla genera, per lei erano causa di malessere.  In condizioni di sovraccarico sensoriale si sentiva confusa.

Ora che ha avuto la diagnosi, si sente più tranquilla, perché ha capito il perché di questa sua diversità. Quello che c’è di positivo, nella sua condizione, è che le passioni guidano la sua vita. Riesce a concentrarsi su un interesse alla volta in modo da voler fare solo quello, mentre gli altri si dedicano a tante cose contemporaneamente, non in modo esclusivo, né approfondito.

Questo l’ha portata a diventare pianista.

C’è da sfatare,  inoltre, il fatto che tutti gli autistici siano visti come il protagonista di Rain Man. Solo pochi hanno la sindrome di Savant, mentre poco si parla delle persone autonome e del fatto che ogni persona con autismo è molto diversa dalle altre, così come accade per i neurotipici.